
Roberto De Luca
Oggi 05/03/2026 negli studi di Rete Oro, grazie al conduttore di Rete Oro, Paolo Anedda, per l’opportunità di questo confronto. Durante l’intervista mi sono state poste diverse domande su temi importanti che riguardano il nostro lavoro e le prospettive future. Ho deciso di condividere pubblicamente le mie risposte per renderle accessibili a tutti e continuare questo dialogo con chi segue e sostiene il nostro percorso. Altra grande sorpresa durante la serata, l’incontro con l’amico Daniele Masala, già campione del mondo di Pentathlon Moderno. È stato davvero un piacere ritrovarsi e condividere questo momento insieme. Insomma… meglio di così!
Maestro De Luca, lei ha iniziato a praticare karate da giovane. Se ripensa a quel ragazzo che entrava per la prima volta in palestra, cosa non è cambiato dentro di lei?
Se ripenso a quel ragazzo che entrava per la prima volta in palestra, con il karategi troppo grande e gli occhi pieni di curiosità, mi accorgo che una cosa non è mai cambiata: la meraviglia. All’inizio pensi che il karate sia fatto di tecniche, di pugni, di calci, di disciplina. Poi, con gli anni, capisci che è soprattutto un viaggio dentro te stesso. E quella stessa curiosità che avevo da ragazzo il desiderio di capire, di migliorare, di cadere e rialzarmi è rimasta intatta.
Sono cambiate l’esperienza, la responsabilità verso gli allievi, la consapevolezza. Ma dentro di me c’è ancora quel ragazzo che entra in palestra con rispetto, fa il saluto e pensa: oggi posso imparare qualcosa di nuovo. È questo che non deve mai cambiare in un praticante: lo spirito dell’allievo. Anche quando diventi maestro.
È stato atleta di altissimo livello a cavallo degli anni 70 e 80, medagliato europeo. Quanto è cambiato il karate da allora e cosa invece dovrebbe restare immutato?
Il karate è cambiato molto, ed era inevitabile. Quando gareggiavo io, tra gli anni ’70 e ’80, il karate agonistico aveva un ritmo e uno spirito diversi. Le regole erano più essenziali, il combattimento era spesso più duro, e c’era meno spettacolarizzazione. Oggi il karate è diventato uno sport molto più codificato, più veloce, più televisivo: gli atleti sono preparatissimi dal punto di vista atletico, la tattica è raffinata e l’allenamento è molto più scientifico. Anche l’esperienza olimpica di Tokyo 2020 ha dato una grande visibilità internazionale alla disciplina. Questo è il cambiamento, più sport, più regolamento, più professionalità.
Chi ha lavorato con lei parla di un coach capace di leggere un incontro in modo quasi “mentale”. Quanto conta la testa rispetto alla tecnica nel karate di oggi?
Conta moltissimo. Direi che, a certi livelli, la testa vale almeno quanto la tecnica, se non di più. La tecnica è la base: senza anni di allenamento, senza automatismi costruiti con migliaia di ripetizioni, non si va da nessuna parte. Ma quando due atleti di alto livello si incontrano, spesso la tecnica è molto simile. Tutti sanno entrare con il tempo giusto, tutti hanno velocità, equilibrio, precisione.
La differenza allora la fa la mente. Un combattimento dura pochi minuti, ma dentro quei minuti succedono tante cose: cambi di ritmo, finte, momenti di tensione, attimi in cui devi decidere se entrare o aspettare. L’atleta che riesce a restare lucido, a non farsi trascinare dall’emozione o dalla fretta, ha già un vantaggio enorme.
Quando si parla di “leggere l’incontro”, in realtà si parla di questo:
- capire il ritmo dell’avversario,
- percepire quando è in difficoltà o quando sta preparando qualcosa,
- scegliere il momento esatto per agire.
Nel karate esiste un concetto molto importante, il sen, cioè l’iniziativa nel tempo: agire prima, nello stesso momento o subito dopo l’avversario. Questa non è solo tecnica, è soprattutto percezione mentale della situazione. Per questo oggi, oltre all’allenamento fisico e tecnico, lavoriamo molto su concentrazione, gestione dello stress, capacità di restare presenti nell’istante.
Alla fine il combattimento è sempre tra due corpi, ma la decisione nasce nella mente.
Ha scelto anche la scrittura per raccontare il karate. Perché sentiva il bisogno di fermarsi e mettere nero su bianco in uno splendido libro la sua visione della disciplina?
A un certo punto del percorso senti che l’insegnamento sul tatami non basta più. Non perché perda valore, anzi, ma perché la parola detta in palestra vive nell’istante, mentre la scrittura rimane. Ho sentito il bisogno di fermarmi e mettere nero su bianco alcune riflessioni dopo tanti anni passati tra allenamenti, gare, viaggi, incontri con maestri e allievi. Il karate ti insegna molto, ma spesso queste cose restano implicite, passano attraverso i gesti, gli sguardi, il silenzio tra una tecnica e l’altra. Scrivere mi ha permesso di dare forma a ciò che, per anni, avevo trasmesso quasi solo attraverso la pratica. C’è anche un altro motivo. Con il tempo capisci che ogni generazione rischia di perdere un pezzo di memoria. Le palestre cambiano, le regole cambiano, gli atleti passano. Un libro è un modo per lasciare una traccia, per dire: questa è stata la mia esperienza, questa è la mia idea di karate.
Wado-ryu karate do kumite, non è un manuale di tecniche. È piuttosto un tentativo di raccontare il senso del percorso: cosa significa allenarsi per una vita, cosa ti insegna la sconfitta, come cambia il rapporto con il combattimento quando smetti di essere solo atleta e diventi maestro.
In fondo scrivere è stato un gesto molto simile alla pratica del karate, fermarsi, osservare, togliere il superfluo e cercare l’essenziale.
Nel lavoro con i giovani atleti, qual è il valore che cerca di trasmettere prima ancora della tecnica?
Se devo scegliere un valore solo, direi il rispetto. Può sembrare una parola semplice, quasi scontata, ma nel karate è la radice di tutto. Rispetto per il luogo in cui ti alleni, per il maestro, per i compagni, ma soprattutto per l’avversario. Senza l’avversario non esiste crescita: è lui che ti mette alla prova, che ti costringe a migliorare. Ai giovani atleti cerco di far capire una cosa molto chiara: la tecnica si impara, con il tempo e con il lavoro. La velocità può migliorare, la coordinazione si costruisce, la tattica si affina. Ma l’atteggiamento con cui entri in palestra, quello sì, dice molto della persona che stai diventando. Il saluto all’inizio e alla fine dell’allenamento non è una formalità. È un modo per ricordarsi che stiamo facendo qualcosa che richiede disciplina e responsabilità.
Poi c’è un altro valore che considero fondamentale: l’umiltà.
Nel karate perdi più volte di quante vinci. Se un ragazzo impara a vivere la sconfitta senza cercare scuse, ma chiedendosi cosa può migliorare, allora ha già fatto un passo enorme, non solo come atleta ma come persona. In fondo il mio obiettivo con i giovani non è formare soltanto dei buoni karateka. È aiutarli a diventare persone solide, capaci di rispetto, impegno e autocontrollo
Oggi il karate vive nuove sfide, tra regolamenti, competizioni e organizzazione del movimento. Qual è la responsabilità di chi guida e forma il karate italiano in questo momento storico?
In un momento come questo la responsabilità è grande, perché il karate sta attraversando una fase delicata. Negli ultimi anni la disciplina ha conosciuto una grande visibilità internazionale, penso all’esperienza olimpica di Tokyo 2020, ma allo stesso tempo si trova a interrogarsi sul proprio futuro e sulla propria identità. Chi oggi guida il movimento, in Italia come altrove, ha una responsabilità molto chiara, tenere insieme due anime.
La prima è quella sportiva. Il karate moderno è fatto di competizioni, regolamenti, preparazione atletica, organizzazione federale e/o EPS, è fondamentale per dare struttura, opportunità ai giovani e credibilità internazionale alla disciplina. Ma c’è anche un’altra anima, che non va mai dimenticata, quella culturale ed educativa. Il karate non è nato per vincere medaglie. È nato per formare persone, per insegnare autocontrollo, rispetto, responsabilità. La sfida, quindi, non è scegliere tra tradizione e sport. La sfida è tenere vive entrambe. Chi forma gli insegnanti e gli atleti oggi deve ricordarsi che ogni allenamento trasmette qualcosa che va oltre il risultato della gara. Se il karate diventa solo punteggi e classifiche, perde una parte della sua anima. Se invece resta chiuso nella nostalgia del passato, rischia di non parlare più ai giovani. Il compito di chi guida il karate italiano, in questo momento storico, è proprio questo, dare direzione senza perdere le radici. Perché una disciplina cresce davvero solo quando riesce a evolversi, ma senza dimenticare da dove viene.
Se dovesse definire il karate con una sola parola, non tecnica ma umana, quale sceglierebbe?
Se devo scegliere una sola parola, direi equilibrio.
Il karate, alla fine, è proprio questo: una ricerca continua di equilibrio. Non solo quello fisico, che pure è fondamentale in ogni tecnica, ma soprattutto quello interiore. Equilibrio tra forza e controllo.
Tra coraggio e prudenza. Tra la volontà di vincere e il rispetto per l’altro. Quando sei giovane spesso pensi che il karate sia potenza, velocità, capacità di imporsi. Con il tempo capisci che il vero obiettivo è imparare a governare te stesso. A non farti trascinare dalla rabbia, dalla paura, dall’ego. Se un praticante, dopo anni di allenamento, diventa una persona un po’ più stabile, un po’ più consapevole, un po’ più capace di affrontare le difficoltà senza perdere la misura… allora il karate ha fatto il suo lavoro.
Per questo scelgo quella parola, equilibrio.
Perché è qualcosa che non si conquista una volta per tutte. È una ricerca che dura tutta la vita.
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